A (broken) Link Cable.
Un game over a cui non si è mai preparati.
Bolsena, anni ‘90. Una sala giochi piena di fumo. Un cabinato Neo Geo MVS che fa girare Puzzle Bobble. Un nonno e un nipote che giocano insieme.
Quel nipote ero io.
Tendevo a distrarmi. Mi perdevo a guardare gli altri (quelli più grandi) fare cose che io non sarei mai riuscito a fare, rapito dai colori dei monitor, dall’odore pungente del fumo e da quella cacofonia di musichette elettroniche che si intrecciavano a tutto volume. Avevo quattro anni, forse meno, ma i videogiochi mi avevano già rapito. Non era un caso: nella mia famiglia si giocava da sempre, come si respira, come si mangia.
In quel caos di luci e suoni, però, non potevo ancora sapere una cosa. Non sapevo che quei pixel sarebbero diventati il filo rosso della mia vita. Un collante sociale capace di far nascere, e tenere insieme, le mie amicizie più care.
Come quella iniziata sotto un albero, qualche anno dopo.
Orvieto, estate 1999. Un pino gigante, quattro bambini, una panchina e i Game Boy.
Tra un calcio al pallone e l'altro ci fermavamo lì, sotto quell'ombra che sapeva di resina e di estate secca, a scambiarci i Pokémon col cavo link. La plastica del connettore era tiepida in mano, appiccicosa dopo ore in tasca. Ci siamo divertiti da morire.
Ti avevo conosciuto un anno prima, proprio sotto quello stesso pino.
Stavi giocando a nascondino con tuo fratello. A un certo punto mi hai visto affacciato alla finestra, ti sei fermato, mi hai guardato, e ti sei fatto scoprire. Sono sceso. Mi sono unito a voi quella mattina, e da quel momento non ci siamo più persi.
I sabati giocavamo al ristorante degli animali, a pallone in un campo pieno di cacca di cane con i turisti a fare il tifo, a Pokémon col Game Boy. Non li dimenticherò mai.
Come non dimenticherò mai la prima volta che ti ho visto in carrozzina.
Avrò avuto sei anni. Stavi attraversando qualcosa di enorme, qualcosa che nessuno di noi bambini riusciva davvero a capire. Ricordo però la tua passione incondizionata per Tetris, intatta, nonostante tutto. Come se quella cosa dentro di te non fosse riuscita a toccare quello che eri davvero.
Per allora sembrava finita lì. Un’ombra passata, archiviata.
Quella socialità e quella passione ce le siamo portate dentro per tutta la vita.
Prima a casa mia, tra PlayStation 1 e PS2. Poi nel rustico di F.C., dove ci sfidavamo su titoli di ogni tipo: da TimeSplitters 2 a schifezze invereconde come Legends of Wrestling, fino alle mazzate a Soul Calibur 2 che andavano avanti finché qualcuno non crollava dal sonno. In mezzo, lasciavamo spazio anche ai giochi single player che vivevamo insieme, seduti sullo stesso divano (Shadow of the Colossus, Metal Gear Solid 3) tra una chiacchiera e l’altra. Spesso preferivi che fossi io, D. o F.C. a giocare per poi commentare insieme, perché certe storie valevano più di qualsiasi partita.
Stronzo io che a volte ti costringevo a giocare a Tekken.
Eravamo tutti insieme il giorno in cui crollarono le Torri Gemelle. Un attimo prima stavamo giocando a Tekken Tag Tournament nel salotto di mia madre. Siamo rimasti lì, fermi, a guardare lo schermo cambiare all'improvviso dopo l’intervento di mia madre.
Crescendo, le distanze si allungano. Il lavoro, la stanchezza, la vita che si fa più pesante e silenziosa. Ma tu, F. c’eri sempre. I tuoi vocali su WhatsApp erano una costante, mi accompagnavano nei tragitti, nei momenti di solitudine, e in un certo qual modo mi facevano sentire meno solo. Mi facevano sentire al sicuro, perché tu eri con me.
L’anno scorso, al mio compleanno, ho notato che qualcosa non andava.
Quella sera pensavo di tirare fuori l’Analogue Pocket, mettere su Pokémon, ricordare i vecchi tempi. Tu alla soglia dei trentotto anni, io che avevo appena raggiunto trentadue: volevo giocare come quando eravamo piccoli, passarci il Game Boy come una volta. Ma non me la sono sentita, non stavi bene.

Dopo il compleanno, la paura che quell’ombra fosse tornata era diventata realtà, e questa volta galoppava forte. Camminare? Impossibile. Disegnare? Tolto anche quello. Giocare?
Ti erano rimasti gli anime, i cartoni, le serie TV. E la nostra compagnia.
Spero, nel mio piccolo, di averti alleviato qualcosa. Spero di averti aiutato a dimenticare, anche solo per un’ora, il dolore che ti portavi dentro. Spero di aver fatto abbastanza.
F., voglio ricordarti sotto al pino del viale, felice, mentre chiacchieriamo o giochiamo col Game Boy. Custodirò i nostri ricordi fino alla fine.
Gli amici del viale sono parte di me: fratelli che, ogni volta che si incontrano, dimenticano la distanza. Vederne scomparire uno, abbracciato troppo presto da quell’ombra che era tornata a inseguirlo, ti sbriciola il cuore in modi che nessun game over ti aveva preparato ad affrontare.
Ti voglio bene, F.
Grazie mille a Pietro Riparbelli per la correzione delle bozze. E grazie mille anche a voi, che prendete del tempo della vostra vita a leggere quello che scrivo.







Sentite condoglianze. Fatti forza
Un abbraccio 🫂