Summertime Blues
Non avrei mai pensato di rimpiangere i tempi del festival bar.
Ho iniziato qualcosa come milleduecento dispacci di StOrto dicendo “faccio questa cosa illuminato dallo schermo del pc”. Un incipit che ormai è un topos letterario stantio, un rito che puzza di banalità. Una tautologia: una cosa che scrivo perché corrisponde alla nuda realtà fenomenologica, ma che risulta di una prevedibilità disarmante.
Sto sviluppando Squared Circle, il che equivale a vendere l’anima al diavolo in esadecimale. E non faccio altro che “giocare” a deckbuilder e roguelite. Ma non è un ludus rilassato, fatto per godere dell’opera che ho tra le mani; è una vivisezione. Un’analisi semiotica del perché e del percome quell’infrastruttura ludica funzioni. La guardo non con la scure del boia, ma con la lente avida dello studente. È uno sfiancamento cognitivo pari allo stendere linee di codice. Anche perché l’ermeneutica del game design non finisce mai: studi il testo, cerchi conferme empiriche, ti sciroppi le lecture della GDC per decifrare i dogmi di quel genere. Prendi appunti, svuoti il portafogli per procurarti asset che, per come voglio fare le cose io, devono essere rigorosamente personalizzati: anche perché in giro difficilmente si trovano assets di ring e wrestlers belli che pronti. E insomma, sossoldi se si rifiuta la mediocrità o non si vogliono scuse fantasiose sul perché un cavaliere medievale sta affrontando un’alieno dotato di Zapper.
Mentre compilo, lascio scorrere la colonna sonora di Gran Turismo 3. Un titolo che non ho mai giocato, l’automotive è un universo a me sideralmente alieno, ma che funge da inaspettata madeleine proustiana; dopotutto ci giocava mio padre. Mi proietta a ritroso, verso estati in cui il sole mi baciava la nuca con indulgenza, senza il furore sadico dei raggi solari di oggi. Odore di petricore, di terra bagnata dai temporali di metà settembre; quel limbo sospeso poco prima della campanella scolastica, che nelle mie sinapsi si lega indissolubilmente ai boschetti dei primi livelli di Crash 2 (quelli con le buche da cui sorgevano quelle sorte di tapiri da prendere a manate girando come beyblade pur di uscirne vivi). C’era, in quell’ecosistema, una tangibile speranza nel domani. Tutte belle cose che sono evaporate.

E qui il nastro si inceppa. Non capisco se siano evaporate perché, varcata la soglia dei trentatré anni, il mondo si spoglia della sua aura magica, o perché abbiamo collettivamente sterzato verso una distopia, allontanandoci da quel “bel mondo” che credevamo in divenire. Mi manca quell’ottimismo febbrile. Il rito pagano di comprare le riviste il mese dopo l’E3 per sognare il futuro; gli articoli densi di fuffa speculativa sulle prossime ammiraglie hardware, le cronache esilaranti di fallimenti industriali come il Gizmondo. Non so se sono vittima di una nostalgia canaglia o se è il crudo riflesso di una biosfera guasta: estati roventi, la morte delle mezze stagioni, un meteo che infligge solo punizioni.
Oggi, quando rimetto nel lettore Metal Gear Solid, lo faccio gravato da una zavorra. Non c’è la carezza della brezza estiva a rinfrescarmi i pensieri; c’è il medesimo miasma termico che mi ha asfissiato in pieno giorno. Rivoglio indietro le geometrie di quell’estate. Quella del Festival Bar, di Paperissima Sprint e di tutte quelle liturgie catodiche Mediaset che decretavano la sospensione del palinsesto regolare, l’avvento del caldo, delle vacanze, e delle partite a pallone sull’asfalto nelle ore più clementi.
Erano tutte carezze, che adesso sembrano essersi sciolte come le gomme delle macchine sull’asfalto rovente.

Non credo sia un banale istinto di regressione infantile; o meglio, non lo so.
Il confine tra la mia personale disillusione clinica e l’effettivo collasso della società moderna è diventato illeggibile.
Non ho grandi analisi da regalarvi, a essere onesti. Lavorare all’architettura di un videogioco, cercare lavoro per portare la pagnotta a casa, sopravvivere a questa fornace... sono effort che mi consumano. Spesso il sipario cala sulla giornata senza che io me ne renda minimamente conto, senza aver giocato, o aver dedicato sufficiente tempo a Debora.
Ma si tira dritto: credo che la prossima settimana possa uscire un nuovo Behind the Ring, con dettagli succosi su come sto smontando le carte per togliere dalle palle, una volta per tutte, quegli osceni placeholder generati dall’IA.
Pietro Riparbelli combatte contro il nemico comune dell’estate: il sole. Gli inveisce contro, proprio come me. Però fa anche un’altra cosa. Corregge le mie parole affinché arrivino al sole più affilate possibile.


