L'effige delle scuse
Ego, algoritmi e l’illusione di essere veri
Sto cercando di essere di supporto quanto più possibile a mia madre in questi giorni: è invalida e, ogni qualche anno (non un periodo ben definito, perché nel frattempo anche la tecnologia medica va avanti, le ultime protesi sono durate 20 anni) deve rifarsi le anche. Al momento non può chinarsi, e i muscoli dopo l’operazione hanno bisogno di riattivarsi, quindi mi tocca pulire, cucinare e badare alla gatta.
Sapete, anche un po’ grazie a StOrto mi sono reso conto che non mi vergogno a raccontarmi nella banalità della vita di tutti i giorni: sono una persona normale, con un lavoro normale, con i privilegi che qualsiasi maschio bianco etero possa avere. Faccio del mio meglio per fare del bene; a volte ci riesco, a volte inciampo e sbaglio. Ma non mi importa di sbagliare, non penso che gli errori siano irrimediabili. Non c’è niente di irrimediabile: c’è sempre qualcosa che possiamo fare.
In questi giorni sono incappato in un video di due ore che parla proprio di questo — di errori. Sabaku no Maiku, noto streamer, ha freebootato un GMV di CovertFox per il finale della blind run di Cydonia su Metal Gear Solid 4. Michelone nazionale lo ha spacciato come regalo personale per il suo amicone del cuore.
Ora, lungi da me giudicare le azioni di Sabaku, ma la cosa che mi ha fatto alzare più di un sopracciglio è la quasi impossibilità di riconoscere di aver fatto una cazzata. Ha citato poco e male CovertFox, ha cercato di ribaltare la narrazione in un commento in cui afferma che, tutto sommato, l’autore del GMV (Game Music Video, tipo gli AMV ma con i videogiochi) era pure contento e onorato della cosa. Ma non è così manco per il cazzo.
Questo comportamento, questo scudo alzato, c’è perché sa di essere stato colto in fallo, ma in un certo modo cerca di proteggere la sua immagine. Come se delle scuse fossero un detergente peggiore dell’atteggiamento di difesa che tenta di coprire la macchia con l’infallibilità e l’innocenza a ogni costo, che invece trovo piuttosto insopportabile.
Ma nessuno è infallibile, e chi si reputa tale è solo qualcuno che non riesce a somatizzare il fallimento né tantomeno a imparare dai propri errori e dagli altri. Non vuole arricchirsi, destinato a un inaridimento lento e continuo, come le montagne levigate dal vento e dagli agenti atmosferici. Pian piano, ne risentono.
Ecco, se c’è qualcosa di veramente sbagliato è il tralasciare la propria umanità in favore di un Ego che ci ha divorato e che ormai è diventato più grande di noi. Una maschera che ha preso possesso di noi e si comporta come se fossimo sempre e costantemente nel giusto. Una finzione che continuiamo a perpetrare per timore che tutto quello che abbiamo costruito possa crollare.
Non ho niente contro Sabaku, né tantomeno contro Cydonia. Abbiamo interagito poco o niente nel corso delle nostre esistenze — qualche messaggio, qualche mia richiesta (non accolta) di collaborazione — ma non mi interessa. Non è mio volere né dovere sottoporli a una gogna perché Sabaku ha freebootato un video. Volevo solo riflettere sul fatto che, a volte, dovremmo mettere da parte l’ego, scoprirci un po’, anche se ci provoca vergogna, e dimostrarci umani. Tutti sbagliano e nessuno può farcene una colpa se a volte commettiamo qualche leggerezza: tutto sta nel comprendere l’errore, scusarsi e andare avanti.
Il video, dopo una breve parentesi sul freebooting del GMV di CovertFox, procede parlando di come la “blind run” di Cydonia non sia poi così blind, perché in una diretta precedente (forse nel 2022) ha risposto a un “test” fatto da Sabaku, ammettendo di aver già giocato a qualche Metal Gear. Dunque, quella non può essere considerata una “blind run”.
‘Sti cazzi.
Nel senso: trovo che il content creator debba creare contenuti che intrattengano l’utenza, ma non è detto che debbano essere al 100% veri o reali. Non è TV vérité, non sono reality show. È qualcuno che gioca ai videogiochi e usa le sue skill da imbonitore (?) per intrattenere un pubblico. Il contesto in cui il content creator si muove può tranquillamente essere inventato, e in questo caso Cydonia, per me, può fingere benissimo che quella sia la sua vera prima volta su Metal Gear. È seriamente così importante?
Siamo finiti nel paradosso di considerare questi ragazzi come fari del mondo videoludico italiano, quando in realtà non fanno altro che parlare di videogiochi arricchendo il tutto con i propri pareri. Guardarli è come assistere a un meta-teatro d’improvvisazione.
Il problema è che spesso c’è la percezione sbagliata che gli streamer siano un po’ come amici d’infanzia, persone che per un motivo o per l’altro si sono trasferite altrove ma restano sempre le stesse. Quelle che pensiamo vogliano divertirsi con noi e che, se potessero, giocherebbero volentieri nella stessa stanza.

Per molte persone, gli streamer sono diventati quello che per i giapponesi sono gli host o le idol: figure carismatiche che ci fanno sentire visti, apprezzati, quasi amici. È il meccanismo delle relazioni parasociali, concetto introdotto nel 1956 dai sociologi Donald Horton e Richard Wohl nell’articolo Mass Communication and Para-social Interaction (pubblicato sulla rivista Psychiatry). Descrivevano già allora la tendenza dello spettatore a sviluppare una familiarità unilaterale con i volti televisivi, una sorta di amicizia illusoria che dava l’impressione di un rapporto reale.
Oggi quel fenomeno è diventato onnipresente. Internet ha trasformato la televisione passiva in una relazione interattiva, rendendo questa “intimità a distanza” più convincente che mai. La psicologa e sociologa Sherry Turkle, nel suo saggio Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other (Basic Books, 2011), lo ha descritto con una formula che trovo perfetta: “Siamo soli insieme”. Sempre connessi, ma immersi in connessioni che restano simulate, in cui la prossimità digitale prende il posto delle relazioni autentiche. Twitch, YouTube, TikTok, tutto funziona su questo principio: il contatto diretto è un’illusione necessaria.
Il problema non è che questi legami esistano, in fondo è umano affezionarsi, ma che diventino asimmetrici. L’altro non è lì per noi, anche se ci ringrazia in chat o ci chiama “fratello”: è lì per lavorare. E quando una persona fragile proietta su quello streamer un rapporto di amicizia o addirittura d’amore, il rischio di farsi male è concreto. In Giappone, dove gli host club e le idol incarnano da decenni l’idea di un’intimità “a pagamento”, il meccanismo è lampante per noi occidentali: si compra attenzione, non affetto.
Eppure c’è chi lo fa perché crede seriamente che quelle persone provino piacere a stare con loro.
Nel mondo dello streaming accade la stessa cosa, solo in forma digitalizzata. La fiducia diventa moneta, e la performance dell’autenticità diventa un mestiere. Come osservava Zygmunt Bauman in Liquid Love: On the Frailty of Human Bonds (Polity Press, 2003), viviamo in una “modernità liquida” dove anche i legami umani sono precari, continuamente negoziati e soggetti al consumo. Lo streaming, in questo senso, è un perfetto esempio di capitalismo affettivo: l’emozione è merce, e la fiducia è il suo prezzo di scambio.
E allora viene da chiedersi dove finisca l’intrattenimento e dove inizi l’inganno. È etico giocare a questo gioco, costruire rapporti di fiducia che, in fondo, non possono essere reciproci? Forse sì, se si è trasparenti sin dall’inizio. Forse no, se si preferisce fingere un’amicizia che non esiste. Io, quando facevo live streaming, cercavo di essere chiaro: non volevo “fan”, volevo interlocutori. Non “amici” di default, ma persone curiose di ciò che dicevo e facevo, senza illusioni di intimità.
È proprio per questo che, da sempre, anche quando facevo live streaming, ribadivo più volte al mio pubblico che non eravamo amici, o perlomeno non con tutti.
Non volevo sfruttare nessuno, volevo solo persone interessate a ciò che dicevo e facevo.
Ho rifiutato collaborazioni che avrebbero messo a rischio i dati degli utenti (Raid: Shadow Legends e compagnia cantante, non mi fido di quel tipo di applicazioni), ho cercato di proteggerli dai meccanismi gacha e di accettare soldi solo da chi toccava i miei contenuti in modo marginale, tipo HelloFresh.
Insomma, cercavo di rispettare la mia morale nonostante fossi disoccupato e i soldi mi avrebbero fatto decisamente comodo. Avrei potuto accettare qualsiasi cosa, invece mi fermavo ad accettare chiavi di giochi, più o meno brutti in cui non avrei avuto restrizioni su come parlare del gioco.
Per me contava di più il lavoro di preservazione che facevo giocando a titoli sconosciuti giapponesi (e credetemi, metà erano delle ciofeche assurde) che il guadagno economico in sé.
Anche qui, su Substack, potete notarlo: non vi chiedo mai di iscrivervi o di abbonarvi. Se volete farlo, lo fate da soli. Se non lo fate, ‘sti grancazzi, amici come prima. Se ci tenete, sapete come si fa, non devo ricordarvelo io. Non avete quattro anni.
E qui torna utile anche Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty. Kojima ci aveva già avvertiti vent’anni fa: viviamo dentro una rete di simulazioni, dove i dati sostituiscono la realtà e la verità è solo una costruzione narrativa. Gli streamer, in un certo senso, non sono diversi dai personaggi di Metal Gear: recitano dentro un contesto preprogrammato, credendo di essere liberi. Ma la loro libertà finisce dove cominciano l’algoritmo e le sponsorizzazioni.
E a proposito di Kojima: il recente affaire Kojima–Zerocalcare è un altro esempio perfetto di questa schizofrenia contemporanea. Kojima, che in Death Stranding criticava la dipendenza dai “like”, si è ritrovato costretto a cancellare una foto con Michele Rech dopo le minacce ricevute dal pubblico turco per via di Kobane Calling. È legittimo proteggere sé stessi e il proprio studio, soprattutto quando si rischia un caso internazionale e ipoteticamente anche danni certo, ma è meno legittimo uscirsene poi con uno statement che dice, in sostanza, di aver scattato quella foto con “una persona a caso”, come se Zerocalcare fosse un passante incontrato al bar.
È come se Kojima avesse accettato di farsi fotografare anche con Pacciani, giusto per qualche manciata di cuori su Instagram.

La verità si evince a seguito del comunicato stampa di Kojima Production: l’incontro con Rech non nasceva da stima reciproca (oddio, secondo me Zerocalcare lo stima molto Kojima, ma immagino che Hideo non sappia manco chi cazzo sia il fumettista italiano), ma dal calcolo: il marketing di Kojima Productions ha semplicemente capito che Michele in Italia genera reazioni, così la foto è stata considerata utile.
Mentre la Turchia… diciamo che non ha un rapporto idilliaco con Zerocalcare. Così la foto è sparita, tradendo proprio la critica ai like e alla performatività dei rapporti che Death Stranding teneva a comunicare.
Alla fine, tutto torna: il web, gli streamer, Kojima. La paura di sbagliare, di deludere, di perdere consenso. È la stessa maschera che indossiamo tutti, quella che ci fa apparire migliori, più coerenti, più forti. Ma se c’è una cosa che Metal Gear ci ha insegnato è che la verità è fragile e manipolabile, e che l’unico modo per restare umani è accettare di toglierci la maschera e abbracciare quello che realmente siamo.
Osaka, quartiere Nishinari. Tutte le pareti erano coperte da frasi sbagliate: subordinate senza principale, verbi coniugati in modi inesistenti, periodi che si interrompevano nel nulla.
La gente che li leggeva troppo a lungo cominciava a balbettare, scivolando nella follia.
Pietro indossò occhiali scuri e seguì la scia luminescente. Lo condusse a una tipografia clandestina.
Le rotative giravano furiose, stampando pergamene impossibili da decifrare. Le frasi correvano sul foglio come ferite aperte: paragrafi interi senza punteggiatura, capitoli che iniziavano a metà del discorso.
La carta urlava. Gridava davvero.
Pietro Riparbelli fece fuoco. Il metallo esplose, l’inchiostro dilagò come sangue. Le lettere caddero al suolo, contorcendosi come insetti.
E nella nebbia tossica provocata da quell’inchiostro, una risata si alzò.
Typozard non era lì in carne e ossa, ma la sua presenza era soffocante.




Grazie!
“È seriamente così importante?”
Si nel momento in cui questi creator vengono seguiti da persone che instaurano un rapporto di fiducia con loro, si nel momento in cui prendono soldi. Si nel momento in cui mi vendi una cosa e non lo è, mi vendi reazioni sincere che non sono, mi vendi un’esperienza reale che non è reale, ti spacci per sincero ma non lo sei. Quella tua frase la trovo davvero degradante, allora vale qualunque cosa, possono e potete dire qualunque cazzata che volete. Faccio un’esagerazione, allora pure la storia di tua madre magari è falsa per acchiappare qualche like perchè “il contesto in cui su muove un creator puó essere tranquillamente inventato”.